Elezioni Comune di Carmignano: io voto…

Calabria, 7 Giugno 1953. Ci sono le elezioni. Mia nonna è incinta di mio padre e comincia ad avere i dolori del parto. La mamma di mio nonno la prende e le dice: “Prima andiamo a votare i compagni e poi partorisci“. E così fu.
Mia nonna questa storia me la raccontava ad ogni tornata elettorale. Ci teneva a ricordarlo sottointendendo 2 aspetti importanti, uno civico e uno ideologico: si vota sempre e il voto al PCI
Il voto al PCI per chi ha avuto la fortuna e l’onore di farlo era un atto di fede e d’amore nei confronti non di uomini ma di un’ideale. Un’ideologia che portava con sé principi di uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale e identificava il partito come una comunità. Questo non esiste più: “i vecchi” post Berlinguer hanno utilizzato il partito per la gestione del potere fine a sé stesso e “i giovani” oggi lo stanno stuprando nel nome dell’individualismo, del servilismo ai “disvalori” del capo di turno e alla gestione da clan al potere. Il partito oggi l’hanno ucciso padri e figli.
Il diritto di voto invece è sacro ed intoccabile. E per questo deve essere rinnovato ogni volta che siamo chiamati ad esprimerci. Molti compagni ed amici in questo periodo mi hanno detto “Io quello non lo voto e non andrò a votare”. La scarsa qualità dell’offerta politica non deve mai rappresentare un limite all’esercizio di voto. Perché il voto ti dà diritto di dire che gli eletti sono dei cialtroni, che magari non stanno facendo il loro dovere e sbagliano nell’azione politica. Il voto sancisce il sacrosanto diritto di critica nei confronti dell’eletto e lo mette nelle condizioni di dover rispondere del proprio operato. E infine il voto è scelta, è il più forte messaggio che si può inviare ad una classe dirigente inadeguata. E date retta tanti segnali incidono e qui si realizza il vero cambiamento. Quello che evocava Borsellino. E credetemi in questa tornata il richiamo al magistrato antimafia non è eccessivo.

Per questo il 5 giugno #IoVoto

Ps. Se qualcuno si aspettava di leggere qui un’indicazione di voto mi spiace averlo deluso ma come recita la Costruzione all’art.48: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. 😉

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La Pazza Gioia: un inno alla follia!


La Pazza Gioia di Paolo Virzì non è solo un film. È un manifesto alla follia, all’amicizia e contro ogni pregiudizio. Un atto d’amore per le diversità.

Due donne con una vita di merda che si ritrovano nella reciproca follia ma che alla fine pongono a noi una domanda: “Chi sono i veri pazzi?“.

Un film che è poesia, dalle immagini ai dialoghi forti e a tratti paradossali. Rimanere indifferente davanti a questo capolavoro è davvero difficile. 

Menzione speciale per le due protagoniste: Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. Interpreti subliminali, surreali, un mix di emozioni con mani e gambe. 

Bravo Paolo Virzì anche stavolta ha partorito un bel film. Per me un capolavoro. Semplicemente un capolavoro.

Come parlano i renziani? Un esempio!

Il futuro è nostro. Pensiamo con il cuore amiamo con l’anima. Per noi la politica è il futuro del cambiamento che muta il presente e lo trasforma in futuro prossimo. Noi siamo trasparenti ma talmente trasparenti che se ci guardi in controluce vedi quello che c’è dietro.

Vogliamo un ambiente vivibile, un territorio vivo, cieli, mari azzurri. Solo i gufi vedono i cieli grigi quando piove. I gufi hanno paura della trasparenza, da loro non traspare verità.

Trasparenza, correttezza, compattezza e tutto ciò che termina in “za” fa parte del nostro DNA e in tratti del RNA. 

Noi i vecchi rottami della politica li rottamiamo perché siamo giovani. Giovani con 3G, a volte dove prende il 4G e stiamo cercando il punto G. Anzi ve lo promettiamo più punti, più G e cucuruccù Paloma.

E adesso aperitivo, apericolazione, apericena e light branch per tutti…  Ah con le olive ascolane in abbondanza!

La politica è un’altra cosa

A me piace la “politica”. È una passione che mi appartiene fin da ragazzetto. Ma sopratutto prediligo quella che ti fa intraprendere battaglie difficili. Ma in questi periodi buttarsi in un’avventura per delle idee è da folli. Lo ammetto.

Dopo settimane dure in cui ho ricevuto più telefonate e messaggi che un centralino della Telecom per aver intrapreso una di queste “avventure” mi sono reso conto che la politica è fatta di esseri vili, codardi e miseri. Uomini o meglio “quaquaraquà” che pur di impedire un percorso politico embrionale fondato non sul livore ma sulla spinta di tante persone insoddisfatte dello status quo, hanno fatto di tutto.La delusione più grande è nei confronti di chi ho sempre ritenuto un padre politico, una persona da ammirare per la sua visione ampia ma che non si è arreso davanti a questa mia decisione ed è andato oltre facendo sgretolare la mia stima, ammirazione e rispetto nei sui confronti.

I padri ti indirizzano, si incazzano quando sbagli e cercano il confronto anche aspro ma quando oltrepassano la linea del buonsenso vuol dire che di te non gli interessava niente ma eri solo strumento nelle sue mani e ti utilizzava quando ne aveva bisogno. A 34 anni trovo ciò squallido. 

Quando sento puzzo di ingiustizia mi butto e reagisco spinto da quell’idea un po’ folle “di cambiare il mondo“. Ma questa spinta negli anni si sta affievolendo davanti ad “una politica brutta”, fatta da piccoli gnomi, fatta di detto e non detto, del “chi te lo fa fare”. Questo modo di fare politica c’è e vive in mezzo a noi. 

E quindi mi chiedo: ma questa è politica? 

No la politica è un’altra cosa e questo è solo il primo tempo. Adesso mi rilasserò e penserò solo e soltanto a me stesso e al lavoro ma poi da settembre tornerò a scalpitare perché i pugili veri non scendono mai dal ring.

5 cose da non fare in treno

Essere pendolare ti mette difronte a molte situazioni, a volte paradossali, ma che sui treni accadono realmente.

Quindi ecco a voi le “5 cose da non fare in treno” ma che puntualmente accadono 😁

1. Urlare al telefono. Sono pendolare da più di 10 anni e telefonate assurde ne ho ascoltate molte: dalla signora che si lamenta con la figlia perché la nipotina non mangia gli spiaci al vecchio bavoso che dice alla consorte di togliersi le “mutandine” che sta arrivando. Ma io non volevo ascoltare caro amico o amica ma se il tuo tono di voce è sulla modalità “megafono” è inevitabile essere coinvolto. E rabbrividire!

2. Togliersi le scarpe e mettere i piedi sul seggiolino. Capisco che dopo una giornata di lavoro i piedi possano gonfiare ma di condividere con l’intero scompartimento quel profumo di “sacrificio” io ne farei volentieri a meno. A volte la sofferenza, e il puzzo, è bene tenerla dentro le scarpe. I vagoni non sono il vostro salotto di casa!

3. Mangiare di tutto. Apparecchiare vagoni e seggiolini come se si fosse nella cucina di casa propria oltre a togliere spazi genera l’effetto “McDonald’s”. Ovvero una mega friggitoria. Pietà chiedo pietà.

4. Ascoltare musica senza cuffie. Ebbene sì in treno accade anche questo. Tu che hai gusti musicali discutibili perché vuoi condividere note musicali fastidiose e orrende con l’intero scompartimento? È una forma di disagio? Chiedo un team di psicologi che studino tale fenomeno. Aiutiamoli.

5. Far finta di non capire per non pagare il biglietto. Tale punto non riguarda solo gli stranieri ma anche vecchi volponi italiani che difronte al controllore diventano sordi, scemi o fingono crisi epilettiche. Chi ha veramente dignità non fa tutte queste sceneggiate ma chiede scusa e dice che non poter permettersi di pagare il biglietto. Basta messinscena e crisi di panico, suvvia!

Elezioni comunali: 5 affermazioni a cui non credere

Amministrare un Comune è bello ma anche difficile. Il Sindaco è chiamato giorno dopo giorno a risolvere problemi concreti. A giugno, se Renzi si deciderà, si andrà a votare in molti Comuni e saremo tempestati di “promesse elettorali” ma il problema per il cittadino sarà quello di valutare quali di queste sono “mera propaganda” e quali sono azioni realizzabili.

Per questo ho elaborato un elenco delle  5 affermazioni elettorali a cui non credere.

1 – “Quando sarò Sindaco le decisioni saranno frutto di partecipazione di tutti i cittadini” – La partecipazione in tempo elettorale è venduta a chili. Quindi ti prego caro candidato non mi dire che “decideremo insieme”: dimmi cosa farai, dimmi qual è la tua posizione su un’opera pubblica o sulle priorità urbanistiche del territorio, dimmi come intendi valorizzare la cultura, il turismo, lo sport e non usare la partecipazione come la foglia di fico per coprire le tue vergogne.

2 – “La questione è complessa ma ci impegneremo per una soluzione condivisa” – Se sottopongo un problema ad un candidato vorrei la sua idea, una possibile soluzione oppure mettermi di fronte al fatto che quel caso, quella situazione non ha soluzioni immediate e realizzabili. Quindi ti prego caro candidato per dirla con il Vangelo di Matteo (Mt 5,17-37): Sia invece il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il di più viene dal Maligno”. E qui il “maligno” si chiama opportunismo.

3 – “La gente me lo chiede” – Ecco su questa frase io di solito mi incazzo come una iena.  Tale affermazione non vuol dire niente e poi dietro quel generico “la gente” si nasconde sempre un interesse particolare e non collettivo. Quindi ti prego caro candidato dimmi che tu farai “così o cosà” perché tu pensi che sia giusto. E non ti nascondere dietro la gggente.

4 – “Io sono uno come voi” – Qui siamo tra le frasi cult Intanto almeno che tu non abbia tre mani, quattro gambe e due teste, caro candidato, “sei uno come noi”. Tolto ciò rimane la forza evocativa di una frase insignificante cioè proprio senza senso. Quindi ti prego caro candidato lo sappiamo che non hai i superpoteri ma non nascondere la tua incapacità predicando un’ipocrita parità.

5 – “Sono dalla parte dei cittadini” – Questa affermazione è pari solo al “vorrei la pace nel mondo” di Miss Italia. Frase vuota. Quindi ti prego caro candidato evita queste frasi a cui non crediamo più, tu sei responsabile delle scelte che prendi e noi ti valuteremo su queste. Non ti vogliamo da nessuna parte. Oddio a volte su Marte per non sentire certe cazzate!

Amicizia e politica. Due poli opposti.

Qualche tempo fa ho scritto un post sul valore dell’amicizia partendo da queste parole di Papa Francesco: “Prima di considerare amico qualcuno, lascia che il tempo lo metta alla prova, per vedere come reagisce davanti a te… L’amicizia è accompagnare la vita dell’altro da un presupposto tacito. In genere, le vere amicizie non devono essere esplicitate, succedono, e poi è come se si coltivassero…”.

Riparto da qui. In questi giorni, un po’ per vicende personali e un po’ seguendo il dibattito quotidiano, mi sono chiesto se amicizia e politica possano coesistere. Meglio: con una persona si può condividere “da amico” un percorso politico, la passione politica oppure il lato oscuro del fare politica, l’ambizione e l’arrivismo, prendono prima o poi il sopravvento?

A 33, quasi 34 anni, sono arrivato alla conclusione che politica ed amicizia, intesa come valore assoluto, sono incompatibili. Tra persone che fanno politica ci può essere rispetto, condivisione di alcuni valori, ci può essere una visione del modo comune ma non amicizia.

Ciò perché l’amicizia è “un contratto” sui generis in cui le parti si affidano l’uno altro ciecamente, il cui l’oggetto è ignoto, non c’è scopo o fine. Un “atto di fede”, un sentimento. La politica è concretezza, interessi e fini. Non per questo da leggersi con accezione negativa ma sicuramente incompatibile con la spontaneità dell’essere amici.

L’amicizia è un salto nel vuoto, per la politica serve sempre un comodo materasso.